• Valentino Masucci

Robotizzazione, Occupazione e Salari

Nel 1930, John Maynard Keynes affermò profeticamente: “siamo stati infettati da un nuovo malanno di cui il lettore può non aver ancora udito il nome, ma del quale si parlerà continuamente nel prossimo futuro: disoccupazione tecnologica” (Keynes, 1930).


Recentemente, alcuni studi hanno evidenziato come la sostituzione sul lavoro dell’uomo da parte delle macchine sia oramai realtà e possa, verosimilmente, interessare milioni di persone nei prossimi decenni. Nel 2013 ad esempio, due ricercatori dell’università di Oxford hanno classificato 702 tipologie lavorative basandosi sul loro grado di suscettibilità all’automazione: secondo i loro calcoli, circa il 47% dei lavoratori statunitensi risulterebbe a rischio licenziamento nei prossimi due decenni a causa dell’avvento della robotica (qui il link alla ricerca). Ad un risultato analogo è giunta nel 2016 la Banca Mondiale (si veda qui) stimando come, entro un ventennio, nei paesi OCSE circa il 57% delle professioni potrà essere completamente automatizzato (queste cifre non considerano comunque elementi quali i costi di sostituzione uomo-macchina, l’assorbimento della manodopera in altri settori e la creazione di nuove professioni, che di molto mitigheranno l’effetto di displacement).


Nonostante la possibilità di “liberare” finalmente milioni di persone dal giogo di occupazioni alienanti (auspicabile sarà quindi un sistema scolastico in grado di preparare le nuove generazioni a questa libertà professionale, dove chiave saranno originalità e maggiore coscienza di sé), uno dei probabili effetti a medio termine di questo cambiamento tecnologico sembra essere un aumento della disoccupazione, soprattutto tra i lavoratori meno qualificati. In un recente studio pubblicato da alcuni ricercatori dell’MIT viene infatti stimato l’effetto sui livelli di occupazione e sui salari dell’incremento del numero di robot industriali (definiti come “macchine automaticamente controllate, riprogrammabili e multi-impiego”) negli Stati Uniti, tra il 1990 e il 2007. Stando ai loro risultati, un robot in più per ogni mille lavoratori ridurrebbe il rapporto tra occupati e popolazione di un valore compreso tra lo 0.18% e lo 0.34% (un decremento pari a 3-6 lavoratori) e i salari dello 0.25%-0.5%. In termini aggregati, la perdita di lavoro stimata dai due accademici durante l’arco di tempo considerato si aggirerebbe intorno alle 360.000-670.000 unità. Cifre ancora non astronomiche ma che diventano più sostanziali osservando il ritmo di diffusione di questi robot. Gli studiosi considerano lo scenario predetto da Boston Consulting Group (2015 – si veda qui) di una quadruplicazione del numero di macchine entro il 2025: questo corrisponderebbe a circa 5 robot in più ogni mille lavoratori negli Stati Uniti e ad una riduzione del rapporto occupati-popolazione del 1%-2% circa e dei salari del 1.3%-2.6%, tra il 2015 e il 2025.

(Source: Acemoglu e Restrepo, 2017)


Ovviamente, i soggetti maggiormente colpiti da questo effetto di sostituzione risultano essere coloro che svolgono attività ripetitive e lavoratori privi di laurea. Ancora, ciò che sorprende i due ricercatori è notare come, contrariamente a quanto previsto, l’introduzione massiva di robot non sembra creare in modo significativo occupazione sottoforma di altre tipologie di mansioni (almeno nell’arco temporale sotto osservazione). Come affermato al New York Times da uno dei due economisti: “credo ancora che nel futuro ci sarà lavoro, ma forse non quanto ne abbiamo oggi; e questa ricerca mi ha fatto preoccupare a proposito delle classi lavoratrici più esposte alla robotizzazione” (Restrepo).


Alla luce di questi risultati sorge spontaneo domandarsi quali saranno gli effetti di altre tecnologie in arrivo (machine learning, driverless cars, artificial intelligence, etc.) e quante persone saranno coinvolte da questa ondata di progresso. Una cosa però è sicuramente chiara: l’avanzamento tecnologico sta cambiando regole ed assetti sociali in maniera difficilmente prevedibile e i governi sono chiamati a far fronte a queste nuove sfide in maniera altrettanto originale (una proposta che sta facendo discutere è l’introduzione del reddito di cittadinanza; si veda a tal proposito l’intervista ad un esperto); pena, un ulteriore incremento delle disuguaglianze e dell’instabilità sociale.

Valentino Masucci, dottorando in economia presso la LUISS e EIEF

References

Keynes, John Maynard (1930) “Economic Possibilities for our Grandchildren,” Chapter in Essays in Persuasion.

Frey, Carl B. and Michael A. Osborne (2013) “The Future of Employment: How Susceptible are Jobs to Computerisation?” Mimeo. Oxford Martin School.

World Bank (2016) World Development Report 2016: Digital Dividends.

Acemoglu, Daron amd Restrepo Pascual (2017) “Robots and jobs: evidence from US labor markets”, NBER working paper series

Boston Consulting Group (2015) “The Robotics Revolution: The Next Great Leap in Manufacturing.”

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